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Onlife, la vita ai tempi della rivoluzione digitale

4 Dicembre 2019

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Onlife, la vita ai tempi della rivoluzione digitale

Sulle pagine di questo blog abbiamo parlato molte volte del passaggio sempre più fluido e disinvolto che avviene tra online e offline e mondo analogico e digitale. Come essere umani è una nuova condizione dell’essere che viviamo quotidianamente (e anche un po’ inconsapevolmente), come osservatori e professionisti del settore è la premessa e il fine di ogni nuovo progetto.

Quando il nostro compito è quello di rendere il più confortevole possibile il customer journey da un touchpoint all’altro, quando dobbiamo far parlare dei dati che provengono da sorgenti differenti, quando dobbiamo interpretare questi dati per prendere delle decisioni, viviamo e pensiamo su quel crinale immaginario.
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Tecnicamente la distinzione manichea tra analogico e digitale, così come tra offline e online (di cui peraltro è figlia anche quella tra detrattori e sostenitori dell’innovazione digitale), è una rappresentazione, riduttiva ma per un certo tempo necessaria. Oggi tuttavia perseverare in questa rappresentazione rischia di portarci dritti dritti contro un muro, cioè ad adeguarci passivamente agli algoritmi e a farci regolare da essi, a consumare sempre più e scegliere sempre meno.

Di questa trasformazione ontologica, di come cioè il digitale sta trasformando l’essenza stessa del mondo e quindi dell’uomo, si occupa da anni Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione dell’Università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab. Il professor Floridi è balzato agli onori della cronaca per aver coniato il neologismo Onlife, che peraltro ha dato il titolo a un recentissimo evento del quotidiano Repubblica, organizzato in collaborazione con il network di quotidiani europei Lena (Leading European Newspaper Alliance).

Il termine Onlife, nato dalla necessità di trovare un titolo a un progetto di ricerca di più di un decennio fa, è così ovviamente un’alterazione della parola “online”, come riconosce Floridi stesso, da essere azzeccatissimo e rappresentare alla perfezione questa vita ibrida che si svolge tra l’essere connessi e non esserlo, ammesso e non concesso che sia possibile.

Questo nuovo habitat è analogo a quello delle mangrovie, sostiene il filosofo, piante che vivono in acqua salmastra, dove fiume e mare si incontrano creando qualcosa di nuovo e diverso. Un ambiente in cui questa distinzione perde di senso e che resta incomprensibile per chi lo guarda dal punto di vista dell’acqua dolce o dell’acqua salata. Viviamo nella società delle mangrovie, dove analogico e digitale si mischiano e si confondono l’uno nell’altro.

Luciano Floridi e la quarta rivoluzione, quella digitale

Non ce ne vogliano il professor Floridi e il suo gruppo di lavoro, ma stiamo per esporre con indebita sintesi i concetti chiave della loro ricerca e oggetto del libro “La quarta rivoluzione”, edito nel  2017 da Raffaello Cortina Editore.

La storia dell’uomo può essere vista come un percorso che ha portato progressivamente alla decentralizzazione della sua identità.
Se Copernico ha messo in discussione la centralità della Terra, Darwin quella della specie umana, Freud quella del cogito cartesiano, con la quarta rivoluzione, quella digitale, Alan Turing ha messo in discussione la centralità della capacità umana di elaborare informazioni.

Secondo lo studioso siamo entrati in una fase di iperstoria, o superstoria a seconda dei gusti. Se il passaggio dalla preistoria alla storia è determinato dall’invenzione della scrittura come strumento per stare insieme e regolarlo, ora viviamo in uno spazio dove è l’elaborazione dell’informazione a regolare la nostra esistenza. La generiamo, la registriamo, la trasmettiamo, la manipoliamo, ne traiamo ricchezza… Viviamo onlife immersi in uno spazio che potremmo definire infosfera. Qui noi umani siamo i sommozzatori, non i pesci.

I pesci, cioè i nativi di questo nuovo habitat, sono gli agenti digitali, cioè nuove forme di capacità di agire costruite dall’artificialità dell’ingegneria, a cui stiamo pericolosamente adeguando la nostra intelligenza, cioè la capacità biologica di ragionare e di agire in vista di un fine.
La scatola di fagioli che diventa il codice a barre, la nostra vita che diventa una serie di immagini su un social network, la nostra identità che diventa un data subject (così siamo legalmente definiti dei testi legislativi che si occupano di privacy)… Il rischio è che in questo mondo diventiamo cibo per i pesci.

Il bello di un bicchiere mezzo vuoto è che lo possiamo riempire. Il rischio di venire fagocitati può diventare una sfida e quindi un’opportunità di riportare al centro l’uomo con le sue fragilità e le sue risorse. Occorrono però una governance, cioè la capacità di guidare la barca, e un progetto, cioè l’idea di quali pesci si vogliono prendere.

Un processo non banale e che “richiederà un’attenta riflessione sul progetto umano e una revisione critica delle nostre attuali narrative a livello individuale, sociale e politico”.

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